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Fare impresa è una vocazione che salverà il mondo dalla povertà.

By on Gennaio 24, 2014

La nobiltà e la necessità della vocazione di fare l’imprenditore, dedicato a tutti coloro che identificano l’imprenditore come un ladro, uno sfruttatore come un peso per l’umanità.

Da Corriere della Sera del 24/01/14
Fare impresa è una vocazione che salverà il mondo dalla povertà.

Pubblichiamo un estratto della lezione che il filosofo Michael Novak ha tenuto martedì 14 gennaio a Washington alla Scuola di Business ed Economia della Catholic University of America.«La vocazione di un imprenditore è un nobile lavoro, sempre che si lasci interrogare da un significato più ampio della vita…». Papa Francesco, Evangelii Gaudium , 203.

Nel cammino verso una maggior equità sociale, l’impresa riveste un ruolo strategico e la vocazione all’impresa rappresenta la principale speranza di riscatto per quel miliardo di esseri umani che ancora oggi vivono in condizioni di povertà.

L’impresa fornisce un contributo importantissimo a un’infinità di interventi sociali, finanziando istituti universitari, laboratori di ricerca sul cancro, mense dei poveri, orchestre sinfoniche, ospedali, attività sportive, organizzazioni dedicate al servizio degli altri, come il Rotary e il Lions Club, e innumerevoli iniziative religiose.

Senza le grandi imprese, non ci sarebbe nessuna grande potenza capace di ergersi tra le associazioni dei cittadini e il pachiderma della burocrazia statale. Senza le imprese, il settore privato si ridurrebbe a ben poca cosa.Il problema oggi è saper riconoscere la propria vocazione e imboccare quella strada.

Ma come fa un giovane ad avvertire la sua chiamata? Come fanno un ragazzo e una ragazza appena ventenni a capire a che cosa sono destinati? Ascoltate il vostro cuore e rispondete a tre domande: quali sono le vostre capacità, con i loro limiti e il loro potenziale? Che cosa vi piace fare? Che cosa vorreste fare per tutta la vita?Ma perché scegliere l’impresa come vocazione?

Dopo tutto, è la vocazione più diffusa al mondo. E ce n’è disperato bisogno. Da quando la specie umana apparve sulla terra, ignuda e priva di ogni mezzo, sono trascorsi millenni senza industrie, né aziende agricole, né città, né imprese presso le quali cercare lavoro per racimolare un modesto salario.

Due secoli fa, l’intera popolazione umana non toccava il miliardo, e quasi tutti erano poveri e in Francia, una delle nazioni più sviluppate, la maggior parte della cittadinanza era annoverata tra i misérables .

Ai nostri giorni, abbiamo da poco superato i 7 miliardi. Dalla Seconda guerra mondiale a oggi abbiamo fatto passi da giganti per liberare miliardi di esseri umani dalla povertà.

Eppure si contano ancora oltre un miliardo di uomini sotto i livelli minimi di reddito, e cioè due dollari al giorno, 700 dollari all’anno. Quasi tutti sono disoccupati o sottoccupati. La loro unica speranza di sconfiggere la povertà sta nel lanciare 200 milioni di piccole imprese.

Senza posti di lavoro disponibili, come faranno i poveri a incrementare le loro entrate? Ma da dove verranno questi 200 milioni di piccole imprese? In alcune regioni del mondo, sono le piccole imprese a creare posti di lavoro.

In Italia, più dell’ottanta per cento della popolazione attiva lavora in piccole imprese. Negli Stati Uniti si tocca il 50 per cento, ma il 65 per cento della nuova occupazione viene fornita dalle piccole imprese.

Per favorire la loro creazione, quattro condizioni sono indispensabili: possibilità di fondare nuove imprese con facilità e a basso costo; accesso al credito; enti capaci di fornire formazione e appoggio tecnico (come le camere di commercio); assistenza continua da parte di istituzioni di ricerca e sviluppo; e infine — a livello dell’intera popolazione — la valorizzazione di creatività, capacità imprenditoriale e abilità specifiche, quali la gestione aziendale e l’organizzazione del lavoro.

Lo sviluppo economico è alimentato, nelle parole di Giovanni Paolo II, dal know-how , dalla tecnologia e dalle capacità (Centesimus Annus , 32). E proprio in questo campo le nazioni occidentali possono offrire aiuto alle nazioni bisognose, portando assistenza allo sviluppo economico nelle fasce più povere della popolazione.Se portare aiuto agli imprenditori nelle regioni povere del mondo nasce da uno slancio di solidarietà, non dimentichiamo che lo scopo delle nuove imprese è quello di creare nuova ricchezza anche negli ambienti più disagiati.

Lo sviluppo dell’attività economica locale aiuta tutte le nuove imprese a prosperare. L’impresa non può esistere nel nulla, bensì fa parte di un organismo sociale costantemente collegato ad altri partner.

Le imprese sono necessariamente sociali: hanno bisogno di investitori, lavoratori, clienti, fornitori e mercati. Sotto questo aspetto i mercati sono un’istituzione sociale fondamentale, ancor più universale della politica.Inoltre, occorre ricordare che aiutare gli imprenditori a mettere in piedi nuove aziende punta a diffondere non solo nuova ricchezza, ma anche la cultura d’impresa.

Per avviare la crescita economica, è necessario invogliare centinaia di migliaia di uomini e donne, incoraggiandoli a guardarsi intorno per intercettare le esigenze economiche dei loro Paesi. Di quali piccole fabbriche, aziende, botteghe e servizi ci sarà bisogno per migliorare le condizioni di vita dei concittadini? Di qui parte lo stimolo verso la creazione di nuove imprese. Ci sono farmacie a sufficienza per servire la popolazione? Cliniche, ospedali? Tutte queste realtà rappresentano imprese indispensabili in molti Paesi.

Allo stesso modo, lo stimolo all’istruzione fornito dall’impresa è spesso uno strumento molto più efficace delle scuole pubbliche. I poveri non riusciranno a uscire dalla povertà se non avranno un lavoro a tempo pieno con uno stipendio tale che consenta loro, lavorando almeno in due, di risalire la china dell’indigenza.

Negli ultimi sei anni, la formazione di nuove imprese ha subito un rallentamento drastico, malgrado le vaste riserve di capitale da investire. Diversi milioni di giovani sono ansiosi di fondare imprese, ma hanno scoperto che le condizioni economiche per affacciarsi nel mondo dell’impresa sono troppo sfavorevoli, eppure non esiste altro mezzo per aiutare i poveri a uscire dalla miseria, se non le opportunità che offre l’impresa.

Una saggia politica non perderebbe tempo a dare la massima attenzione e priorità a questo compito.Per concludere con un consiglio pratico: tutti voi, ognuno di voi, andate a fondare nuove imprese!

Così facendo farete del bene a tutti. Ed è saggia quella società che sa ricompensare generosamente coloro che si adoperano per il bene comune. La soddisfazione del successo e della ricchezza non è un istinto egoistico, anzi, dovrebbe servire ad incoraggiare milioni di altre persone a lanciare 300 milioni di nuove piccole imprese, di cui hanno disperatamente bisogno quell’ultimo miliardo di esseri umani se vorranno sottrarsi a un destino di privazioni e miseria.

E infine, se il compito principale della vocazione all’impresa è quello di spezzare le catene della povertà, il secondo grande contributo è quello di rafforzare la società civile.Vorrei concludere riallacciandomi all’inizio del discorso, per ribadire ancora una volta che le nuove imprese sono il motore cruciale di ogni intervento di giustizia sociale del nostro tempo.

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